Storie di licatesi: Clotilde Terranova, ispiratrice della giornata dell’8 marzo

Un racconto su Clotilde Terranova, licatese morta, insieme ad altre 128 donne, nel rogo della Triangle Shirtwaist Company, a New York.
Pare che ci sia questa tragedia dietro l’istituzione della festa delle donne.
Il racconto che segue è un mix tra fatti realmente accaduti e fantasia, ciò che forse Clotilde ha pensato all’inizio del suo lungo viaggio e negli attimi prima della sua morte.

 

(Di Cettina Callea)
Era solo una dei tanti Clotilde , quel mattino al porto di Napoli, insieme a suo fratello Ignazio. C’era freddo e aveva un po’ di paura, ma ormai era lì, pronta a varcare i mari e ad affrontare i pericoli e le incognite di una nuova vita . Erano i suoi sogni di ventenne che le davano forza. Lei non era mai uscita da Licata e di New York sapeva che le strade erano molto grandi e i palazzi enormi, con tante fabbriche , pronta a offrir lavoro a tanti sfortunati come lei. A Napoli ci era arrivata con la Littorina assieme a suo fratello Ignazio. Si toglievano quattro anni con Ignazio e lei che era brava “fimmina di casa” lo aveva sempre accudito.

  • “Clotì, Clotì! U vidi cchè ranni ssa navi!!! Disse Ignazio eccitato per la vista di quell’enorme mezzo.

  • “Sì –e pure il nome ha bello! “Madonna”. Voli diri che a Vergini Santa n’accumpagna ‘Gnazì!

Era di buon auspicio il nome della Madre Santa per loro e per gli altri. La Madonna li avrebbe protetti e portati in salvo oltre l’oceano. Clotilde era sempre stata devota alla Madonna Addolorata, perché la vedeva forte, con quella spada conficcata nel cuore , più forte del doloroso destino che Dio le aveva preparato. Invece al suo destino di povertà Clotilde voleva sfuggire per costruirsene uno migliore. Ecco perché, nonostante il cuore le battesse forte forte, era lì quel giorno a Napoli col suo fratuzzo, per emigrare nel Nuovo Mondo. Era il 17 di Dicembre del 1907. Avrebbero passato il Natale sulla nave. Ch’era bello il Natale a casa sua con l’odore di minnulati, mastazzoli e vino cotto che si spargeva per le case e per le vie, la pastorale e le ciaramedde.

Ma ormai erano solo ricordi. Quando Ignazio era triste perché sentiva la mancanza dei ragazzi del paese, Clotilde lo consolava come aveva sempre fatto. “Un ti scantari, Gnazì, appena vuscammu un pocu di dinari, appò turnammu a Licata e campammu comu i signori!”

Il 31 Dicembre 1907, dopo un viaggio estenuante la ragazza e il fratello sbarcarono a Ellis Island, e lì furono perquisiti, controllati, identificati, numerati.

Furono giorni duri. New York era troppo fredda e troppo grande. E lei sentiva tanta solitudine e tanta nostalgia. Spesso pensava alla sua infanzia, trascorsa a Licata, nella sua terra baciata dal sole e lambita dal mare, alle viuzze che da bambina la videro spensierata, ai campi immensi di grano dorato nelle giornate di maggio. Niente sarebbe più stato come prima, adesso era lì e doveva trovarsi un lavoro. Un giorno le dissero che c’era una fabbrica dove avevano bisogno di operaie capaci di cucire, e lei era brava. Glielo aveva insegnato la nonna. Poteva essere la sua occasione e poi c’erano già delle Italiane che lavoravano là e almeno le sarebbe venuto facile parlare. Con l’inglese non andava troppo bene all’inizio. La trovava una lingua strana, si scriveva in un modo e si leggeva in un altro TRIANGLE FACTORY, c’era scritto sull’insegna della fabbrica ma tutti dicevano traiangol factori . Il triangolo c’entrava qualche cosa, ma factory che c’entrava con la fabbrica?….non era una fattoria!!!

Il palazzo era alto alto, anzi altissimo e lei non aveva mai visto qualcosa di simile . A Licata c’era solo il Faro che a lei piccola piccola pareva un gigante, ma il Palazzone di Washington Place era ancora più enorme.

Lei aveva abitato a “casa vascia”, e con un passo fuori dall’uscio era già in mezzo alla strada a giocare con le amiche, e con lei, sempre Ignazino “manu, manuzza”. Come doveva arrivarci lassù, la fabbrica si trovava all’ottavo, al nono e al decimo piano. Sarebbe arrivata già stanca a fare tutte quelle scale. La rassicurarono subito che c’era l’elevatore in quel palazzo, una sorta di stanza mobile che faceva su e giù. Un’altra diavoleria americana, pensò Clotilde che stava vedendo cose che non aveva visto mai come aveva detto la Munachedda Santa.

Si abituò anche all’elevatore Clotilde, e ogni mattina salutava gli operai assonnati che si fermavano all’ottavo e al nono piano. Lei si fermava al decimo e riscendeva giù nel tardo pomeriggio. E così era ogni giorno, a volte anche la Domenica.

La Triangle Company era una compagnia che dava lavoro a tanti immigrati, soprattutto Russi e Italiani. Era un giorno di primavera, un Sabato pomeriggio, ma c’erano molte consegne da fare. Tanti negozi richiedevano quelle camicette all’ultima moda ed era necessario produrre il più possibile – così dicevano i due ricchissimi proprietari Mr Harris e Mr Blanck. Ma pazienza.
Finalmente stava per finire un’altra settimana di duro lavoro e poi a casa. E’ vero, lavoravano troppo lei e tutti gli altri, ma almeno avevano un pezzo di pane sotto i denti e qualche dollaro da parte. Avevano anche scioperato qualche volta. Lei, prima d’allora, non lo sapeva cos’era lo sciopero. “Strike”, lo chiamavano gli Americani, ed era una rivolta pacifica dei lavoratori per avere più diritti, le dissero.
Lei non lo sapeva bene cos’erano i diritti, però erano una cosa giusta, si capiva pure dal nome. Rights! Per questo aveva manifestato pure lei. Ma ormai era alla fine. Avrebbe lavorato fino al Sabato successivo, perché tre settimane dopo si sarebbe sposata. Finalmente! Aveva l’età giusta per sposarsi, anche se al paese alla sua età tante ragazze erano già madri di famiglia. Ma il tempo c’era.
In fondo aveva solo ventitrè anni e davanti a sé, tanto, tanto tempo. Tempo …. No. Odore di fumo, fuoco. Tempo non ce n’era più. Solo 18 minuti e tutto sarebbe finito per lei. Ogni suo progetto sarebbe crollato, ogni suo sogno distrutto. L’odore soffocante del fumo si espanse dall’ottavo piano, dove una scintilla, solo una, da lì a poco, avrebbe bruciato le camicie e poi le persone. Rapidamente l’incendio si propagò e raggiunse anche il decimo piano. Una testimone racconta di averla vista Clotilde, nella sua disperazione. Correva da una finestra all’altra, strappandosi i capelli, sperando di trovare una via di scampo. “Non posso rimanere qui, intrappolata come un topo, è stato così faticoso arrivare in America, io sono coraggiosa, ho sfidato l’oceano, ho lasciato la mia terra, il mare, il sole caldo e l’aria pura. Non posso morire bruciata. Dio, aiutami!!! Non respiro più, soffoco, mi manca l’aria, non posso restare qui, sono troppo in alto, Madonna, aiutami tu! Devo salvarmi, devo salvarmi!

I pompieri di sotto avranno steso qualche telo per salvare noi che stiamo quassù. L’acqua non arriva, sono troppo corte le scale. Non voglio bruciare, non posso bruciare. Non voglio morire! La finestra, solo la finestra potrà salvarmi. Gesù, Giuseppe e Maria siate la salvezza dell’anima mia!” Disse la sua preghiera e si lanciò. Ma sulla strada nessuno aveva steso un telo. Nessuno. I passanti pensavano che qualcuno volesse salvare balle di tessuto pregiato. Nei pochi secondi del volo della morte i passanti capirono, inorriditi, che la vista li aveva ingannati. I tonfi su Washington Place svelarono la tragica realtà.
Erano corpi, non stoffa. E tra quei corpi senza vita c’era anche Clotilde, sfigurata dalla caduta. Così terminò la breve vita di Clotilde, figlia di Licata, emigrata a New York. Il suo cadavere fu riconosciuto dalla sorella Rosa e seppellito all’Holy Cemetery di New York il 28 Marzo 1911.

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