Peppino Impastato, patrimonio di una Sicilia libera e migliore

“Insomma, se venite in Sicilia e sentite qualcuno che per quello che fa viene definito o un “pazzo”, o “un drogato”, o un “anticonformista”, o un “fallito”, o un “Playboy fallito”, o uno che è meglio non frequentare o tutto questo contemporaneamente ci sarà una grossa possibilità che quell’uomo vada incoraggiato e appoggiato”.
Questa è una citazione di Pif dedicata a Peppino Impastato. E probabilmente ha pure ragione.
Perché in certi posti devi essere pazzo se pretendi che a prevaricare non siano “malandrini” e “sperti”, “malavitosi” e “disonesti”.

La storia di Peppino Impastato è stata resa celebre dal film “I Cento Passi”; lui, cresciuto in una famiglia di mafiosi, si ribella alla mafia, denunciandone gli intrecci con la politica. Per farlo fonda lui stesso un giornale “L’idea socialista” e la più nota “Radio Aut”, dove pubblicamente sbeffeggia Tano (Seduto) Badalamenti, boss di Cinisi.
Un pazzo quindi, visti anche i tempi.
Siamo negli anni 60-70, la mafia esiste, è viva, ma sconosciuta dall’opinione pubblica. Sono ancora lontani gli anni del maxi-processo, quando la mafia diventa una cosa di tutti, una “cosa nostra” in pratica.
La morte di Peppino però ha contribuito a svegliare le coscienze, è anche con la sua morte che si inizia a parlare di mafia. In maniera del tutto blanda, perché inizialmente, Peppino, non è stato ucciso ma si è forse suicidato o forse si è fatto esplodere durante la preparazione di un attentato. Così sostenevano le autorità.
Il suo corpo viene infatti ritrovato dilaniato, devastato dall’esplosione di una bomba che, nonostante mille incongruenze, si dice essere stata posizionata da lui stesso sui binari della linea Trapani – Palermo.
Un depistaggio forse legato anche alla sua attività di giornalista, fondata anch’essa sulla denuncia dei rapporti tra mafia, politica ed apparati deviati dello Stato.




È grazie alla tenacia della mamma Felicia e del fratello Giovanni, dei compagni di lotta e del Centro siciliano di documentazione che a metà degli anni ’80, viene riconosciuta la matrice mafiosa come causa della morte di Peppino.
Peppino dunque non si è fatto esplodere, è stato fatto esplodere dalla mafia.
Ci vorranno però diversi anni per arrivare alla sentenza definitiva che condanna Tano (Seduto) Badalamenti come mandante dell’omicidio.

A quarant’anni da quel 9 maggio 1978, “il coraggio e le idee di Peppino” continuano ad essere vive.
È grazie a Peppino se oggi ci sono più “pazzi” e “drogati”, o “anticonformisti”, o “falliti”, o “Playboy falliti”.
Anche oggi migliaia di pazzi sfileranno in suo ricordo tra Terrasini e Cinisi, ripercorrendo le tappe di una vita contro la mafia.

Sono profondamente legato alla figura di Peppino Impastato, nel quarantesimo anniversario della sua uccisione ho ritenuto doveroso parlarne anche in uno spazio (dedicato a Licata) che apparentemente non gli appartiene.
In realtà sono proprio il coraggio e le idee di Peppino che ci mancano per rendere anche la nostra città un posto sicuramente migliore.

Lucastro.

 

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